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Design sanitario, la scommessa per dare un volto nuovo alle cure

Arrivato quest’anno alla sua ottava edizione, nel mese di Aprile 2015 ha avuto luogo un interessante evento il cui fulcro sono le infrastrutture dedicate alla sanità e alla salute in generale.

In una fase come l’attuale in cui modelli assistenziali e priorità cambiano velocemente, la creazione di momenti di riflessione tra progettisti, professionisti della cura e ricercatori sul futuro della progettazione degli ospedali è una necessità sempre più urgente.

Uno degli interventi che è riuscito meglio a descrivere lo scenario attuale, è quello di Peter Jones professore associato e ricercatore nel campo della progettazione di sistemi/servizi innovativi presso l’Università di Toronto.

Egli ha iniziato la sua presentazione sottolineando quanto sia importante rifondare in maniera considerevole la filosofia su cui si basa l’erogazione dell’assistenza sanitaria e dei servizi legati alla salute in generale.

Questo significa che le tipologie di servizi e i luoghi dove le stesse prestazioni vengono fornite devono ritrovare quella dimensione sia relazionale sia emotiva che permette di far sentire a suo agio il paziente anche quando effettua dei controlli medici.

Per non avere un comportamento scontato e non riuscire a guadagnare in modo pieno la fiducia del proprio interlocutore, è necessario tenersi sempre aggiornati in merito alle principali innovazioni e tendenze. I due contesti da tenere d’occhio con particolare attenzione sono:

  1. l’ambito commerciale, all’interno del quale possiamo trovare tutto ciò che riguarda le tecnologie necessarie per la comunicazione interna oppure verso l’esterno, i device e i prodotti medicali;
  2. la realtà clinica, in cui troviamo la componente più immateriale, ma altrettanto importante, data dall’esperienza dei pazienti, dalle dinamiche assistenziali e dai luoghi dove vengono prestate/ricevute le cure.

La suddivisione riportata non vuole porre i due ambiti su livelli separati, anzi, vuole essere solamente un aiuto a focalizzare meglio la strada da percorrere per giungere quanto prima a una riformulazione dei servizi e alla progettazione di spazi che siano realmente incentrati sui bisogni di che usufruisce dell’assistenza.

Sul piano pratico, l’attenta ridefinizione dei modelli di presa in carico, l’adozione di un piano operativo che parta dalle esigenze del malato, l’aumento delle possibilità di accesso ai piani assistenziali e una coordinazione più efficace tra le strutture, sono tra le tappe che il Dott. Jones indica per riuscire nell’intento.

Ed è altrettanto innegabile che portare avanti un simile disegno costringa il mondo dell’healthcare, così come lo conosciamo oggi, a mettersi in totalmente in discussione e fronteggiare in modo profondo le problematiche della nostra popolazione (invecchiamento, individui che vivono con più di una patologia cronica, costi delle terapie, sostenibilità dei sistemi sanitari, etc.).

Il primo passo concreto dovrà essere aprire una fase di autocritica costruttiva rispetto ai modelli organizzativi attuali, accompagnata da un’assunzione di responsabilità da parte di professionisti della salute e cittadinanza (in quanto diretto utente del servizio), con l’obiettivo di migliorare la situazione attuale.

Secondo step, sarà educare il pubblico riguardo al tema della prevenzione, al fatto che gli strumenti tecnologici e digitali stanno trovando spazio nella diagnostica e nella comunicazione e, infine, aiutarlo a comprendere le modificazioni nelle modalità con cui sono erogate le cure.

Scegliere di portare avanti simili cambiamenti, necessità di attenzione rispetto alle questioni di ordine economico, poiché si tratta di un aspetto delicato che ha anche condizionato l’evoluzione e il funzionamento della sanità negli ultimi anni.

Venendo ai vantaggi che iniziare un simile percorso di rinnovamento possa dare, il Dott. Jones sostiene che sarà possibile:

  • restituire al paziente la centralità che gli è dovuta all’interno del percorso assistenziale:
  • favorire, come si direbbe utilizzando un’espressione cara agli antropologi, la co-costruzione degli approcci clinici partendo dal contributo diretto dei pazienti durante le visite oppure raccogliendo lo stesso in seguito al ricevimento della prestazione;
  • ridurre la frammentazione nella comunicazione e in tutte le fasi dell’“esperienza sanitaria” in modo da raggiungere il massimo in resa ed efficacia per i nuovi protocolli di lavoro.

Affinché il cambiamento auspicato possa prendere gradatamente forma, un unico pensiero guida deve essere fatto proprio da ogni persona che decide di mettersi in gioco: costruire un futuro diverso per l’assistenza sanitaria.

Sarebbe controproducente, infatti, portare avanti il proprio compito con scarsa consapevolezza reputando del tutto passeggera la promessa di rinnovamento che si ha di fronte, quando si tratta, invece, del paradigma attorno al quale potrà prendere forma una nuova visione della salute.

Chiariti i presupposti e le motivazioni, il nostro relatore è passato all’illustrazione dei quattro livelli di complessità di cui si compone il processo di studio e ri-configurazione del sistema assistenziale.

Mutuato nella sua struttura da quello che è il tradizionale modo di lavorare della progettazione e del design classico, prevede:

  • un Livello 1 dove risiede la capacità di individuare le caratteristiche base di un prodotto in funzione al suo contesto d’utilizzo;
  • un Livello 2 in cui si distingue la presenza di tratti estetici o funzionalità varie che dovranno essere inserite;
  • un Livello 3 nel quale si ha la personalizzazione che permetterà a ciascuna funzione di essere esercitata in modo adeguato;
  • un Livello 4 che vede il completamento del progetto attraverso l’inclusione di quegli ulteriori elementi di personalizzazione che cercano di andare incontro alla tipologia di utenza cui è destinato.

In ambito salute, questi stadi assumono più le caratteristiche di criteri di distinzione per i vari gradi complessità che potenzialmente possono essere presi in considerazione quando si procede con l’ideazione di un luogo di cura o di un servizio di assistenza.

Per fare alcuni esempi chiarificatori, al Livello 2 appartengono tutte le caratteristiche utili a favorire la circolazione delle informazioni mediche (fascicolo sanitario elettronico) e al controllo della qualità/gradimento delle prestazioni.

Al Livello 3, si studia come coordinare dei team multidisciplinari di clinici e si procede con la sperimentazione di nuovi modelli di cura.

Al Livello 4, si lavora all’integrazione tra i presidi ospedalieri e i servizi di assistenza sul territorio per arrivare a una promozione della salute più capillare.

Emerge in modo chiaro, quindi, come l’approccio di domani debba essere di tipo bottom-up e volto alla tutela delle esigenze delle persone:

  • i percorsi di assistenza non devono essere progettati per essere vissuti dal paziente come un numero o un individuo qualsiasi, ma come essere umano con una sensibilità e una serie di vulnerabilità;
  • la ricerca di quelle che sono le potenziali problematiche di salute reali, le paure e i bisogni informativi a livello della comunità deve divenire una priorità, in modo da agire in modo tempestivo e preventivo;
  • ultimo ma non meno importante è il lavoro d’integrazione nella comunicazione verso il pubblico degli strumenti e dei linguaggi attuali per consentire lo sviluppo di un dialogo comprensibile ed efficace sui temi della salute.

Al momento attuale sono veramente poche le istituzioni sanitarie o i governi nazionali che cominciano a mettersi in discussione sul tema della personalizzazione degli ambienti di cura, al fine di rendere l’assistenza un servizio a misura di paziente. Esempi citabili, uno per categoria, sono la Mayo Clinic e la Norvegia.

E gli altri che cosa aspettano? Che cosa manca ancora per fare questo salto di qualità che permetterebbe a queste idee di avere un volto nella realtà attraverso un coinvolgimento attivo di pazienti, clinici, ricercatori e dirigenti dei presidi sanitari?

Diteci la vostra nei commenti.

Andrea Robotti

Andrea Robotti

Ha una laurea in biologia e un dottorato in immunologia e biologia cellulare. Lavora per alcuni anni nella ricerca biomedica approfondendo le proprie conoscenze nel campo delle neuroscienze, dell’autoimmunità e delle patologie respiratorie.
Durante le varie esperienze lavorative in ambito sia pubblico sia privato entra in contatto con realtà che fanno emergere la sua passione per la scienza e la diffusione delle conoscenze, mettendolo anche di fronte alla mancanza di comunicazione che genera problemi di organizzazione e di visione strategica. Questo tipo di trascorsi lo stimola a mettersi nuovamente in gioco sul piano professionale frequentando un master presso la Fondazione ISTUD.
Persona energica e determinata, collabora in modo stabile con agenzie specializzate del settore del mondo della comunicazione e della consulenza medico-scientifica in ambito marketing, cercando di mantenere il suo modo di scrivere chiaro nella veicolazione dell’informazione, rispettoso delle fonti e attento al pubblico a cui è destinato ciò che comunica. Agli stessi principi cui si agguinge una caratterizzazione più sociale, si ispira il suo percorso di promozione ed applicazione della medicina narrativa ovvero dello scrivere inteso come strumento di salute, di cura e di valutazione quali-quantitativa dei servizi sanitari o percorsi assistenziali che il cittadino riceve.

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