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Essere medico oggi sta diventando realmente così difficile?

In un recente editoriale pubblicato su Medscape, la piattaforma di informazione medica di cui è capo redattore, il Dr Eric Topol presenta quella che è la sua visione rispetto agli ostacoli che i medici ogni giorno affrontano nell’esercizio della propria professione.

Il suo non è il punto di vista di qualcuno che osserva una situazione dall’esterno, bensì è una profonda riflessione che parte da un vivere la pratica clinica sul campo come cardiologo.

Per questo motivo, la sua valutazione si dimostra essere ricca di elementi che potrebbero sfuggire a occhi meno esperti e arriva tranquillamente ad affermare che le difficoltà operative riscontrabili ora sono l’anticamera di una vera e propria crisi per la classe medica.

La soluzione sta in un cambio di marcia che riesca a far tornare nei clinici l’ottimismo e la voglia di credere nei valori autentici dell’arte medica. Questa fase di cambiamento, però, deve essere accompagnata anche da una diminuzione delle responsabilità da cui i medici sono schiacciati (vedi Figura tratta direttamente dal post su Medscape).

 

Responsibility squeezed physician

 

Il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo non deve trasformarsi in una mera ricerca di un soggetto su cui scaricare dei compiti senza preoccuparsi troppo di chi sia e delle conseguenze future.

Il buon senso suggerisce che il destinatario di quella parte di mansioni dalle quali saranno sollevati i dottori, sia individuato tra gli altri attori coinvolti nel percorso di cura, cercando di comprendere chi possa affiancare il medico rendendo l’assistenza un momento di compartecipazione.

A fronte di questo, sicuramente, i pazienti sembrano essere i candidati migliori siccome si tratta sia dei destinatari finali del servizio, sia delle persone che potrebbero trarre i maggiori benefici dal coinvolgimento in prima persona.

Un sondaggio condotto da WebMD su 1406 professionisti sanitari e 1102 pazienti ha confermato, infatti, come molti tra coloro che vengono assistiti sarebbero d’accordo, ma andiamo a conoscere le sfumature del pensiero degli intervistati più nel particolare per identificare quali potrebbero essere le “linee guida” del cambiamento:

  1. il 96% di entrambi i gruppi ritiene che l’accesso al fascicolo sanitario elettronico sia una prerogativa dei pazienti;
  2. il 54% dei pazienti e il 39% dei medici pensa che il fascicolo sanitario elettronico sia una proprietà del paziente, mentre il 23% dei primi e il 39% dei secondi preferisce che sia presidio dei dottori;
  3. l’89% dei pazienti e il 64% dei medici ha risposto di sì alla domanda riguardante l’essere un diritto dell’assistito quello di vedere gli appunti del clinico durante la visita;
  4. il 58% dei pazienti e il 77% dei medici reputa necessario che gli esami di laboratorio siano visionati prima dai clinici nel caso sia necessario approfondire alcuni risultati con i pazienti.

Inoltre, insieme a quanto emerso è necessario tenere conto della differenza di pensiero emersa tra i professionisti sanitari in merito ad alcune questioni. Il gruppo, non a caso, era composto da dottori (sebbene ne fosse altamente rappresentativo, n=827), ma anche da studenti in medicina (n=235), assistenti dei medici (n=107), infermieri (n=85) e tirocinanti in infermieristica (n=152).

Tra le questioni riguardo alle quali evidenziamo un parere contrario dei giovani medici rispetto alla linea di pensiero espressa dalla categoria, abbiamo quella del fascicolo elettronico che, nella loro visione ha nel paziente il naturale proprietario.

Ciò significa che le nuove generazioni di clinici hanno chiaro in mente un futuro dove il paziente diviene il custode di queste delicate informazioni e, aggiornandole/condividendole con i vari medici da cui è assistito, si prende carico della propria salute.

Non bisogna scordarsi, però, che una buona gestione della cura non può prescindere dalla sintonia tra le figure coinvolte e nemmeno del fatto che vi sarà sempre una situazione o un insieme di avvenimenti che metteranno profondamente alla prova ogni medico.

In quei frangenti una sola quanto amletica domanda si presenterà nella loro mente: “Come posso sostenere in modo continuo ed efficace l’enorme pressione che deriva dal carico emotivo con cui mi confronto ogni giorno?”.

Assistere a scene ad alto impatto emotivo, dover agire considerando sempre un margine di rischio e prendersi la responsabilità di scelte complesse che possono mettere in pericolo la salute delle persone, costringe chi opera in ambito sanitario a vivere costantemente sul filo di lana e a confrontarsi con le emozioni che ne derivano.

Il burnout, come attesta un recente studio, è sempre dietro l’angolo tanto che si registrano sia tra i medici sia tra gli specializzandi livelli più alti di divorzi, di casi in cui vi è abuso di sostanze come alcol e farmaci e un alto tasso di sucidi.

 

Medical specialization linked burnbout

 

Il triste primato è dei medici di pronto soccorso, di medicina interna, dei neurologi e dei medici di famiglia mentre dermatologi, medici del lavoro e pediatri generalisti sono quelli più soddisfatti in termini di bilanciamento tra lavoro e vita in famiglia.

 

Medical specialization linked satisfaction

 

La durata della giornata varia tra le 8 e le 12 ore, costantemente vissute a ritmi elevati e in equilibrio perenne tra pazienti che richiedono attenzione o comprensione e la necessità di prendere delle decisioni importanti in poco tempo e, spesso, in assenza di informazioni sufficienti.

Per fare un esempio estremo, prendiamo i medici americani per i quali le conseguenze per un errore possono essere disastrose sul piano umano, professionale e finanziario tanto che loro stessi sono arrivati a definire il loro ambiente di lavoro una vera e propria pentola a pressione.

Per dare una risposta alla domanda che abbiamo riportato prima, riteniamo che quelli di Shadowfax (pseudonimo con cui un medico americano di pronto soccorso racconta se stesso e il suo lavoro sul blog Movin’Meat) siano un esempio di consigli utili e elaborati con cognizione di causa:

  1. il primo passo è capire cosa sia il “distacco professionale” che un medico deve avere e metterlo in pratica. Si tratta di una qualità non istintiva che prevede la capacità di sopprimere il trasporto emotivo nei confronti della sofferenza di cui un altro essere umano sta avendo esperienza in modo da non rimanerne coinvolto;
  2. il secondo è la comprendere che la persona che si ha di fronte ha un legame molto stretto con la sua malattia e questa non è e non deve diventare il riflesso delle azioni che il dottore compie sul suo corpo. Ciò non significa arrivare all’oggettivazione estrema della patologia, ma a una sorta di compromesso tale per cui empatia verso la persona da curare e analisi razionale del quadro clinico concorrono insieme verso il miglior risultato possibile;
  3. il terzo livello prevede l’avere la capacità di “riprendere in manopensieri ed emozioni riguardanti le esperienze vissute sul campo per evitare che ci condizionino nei momenti più inaspettati e compromettano la lucidità quando si devono prendere decisioni importanti;
  4. Infine, ultimo ma non per questo meno importante, è avere il coraggio di perdonarsi quando si ha la coscienza profonda di aver commesso un errore perché siamo esseri umani, in fondo.

Shadowfax termina, poi, con un avvertimento: quando si ha l’impressione di essere andati oltre il limite o di avere perso il controllo bisogna trovare la determinazione di fermarsi e chiedere aiuto ad altri professionisti medici.

Per quanto sia stato un po’ atipico come argomento da trattare su questo blog e, soprattutto, non abbia affrontato in modo stringente l’aspetto comunicativo della professione medica, spero che la riflessione fatta sia comunque una fonte si spunti per mettere in campo progetti ad alto contenuto tecnologico che intervengano in modo positivo su una situazione ricca di criticità.

Andrea Robotti

Andrea Robotti

Ha una laurea in biologia e un dottorato in immunologia e biologia cellulare. Lavora per alcuni anni nella ricerca biomedica approfondendo le proprie conoscenze nel campo delle neuroscienze, dell'autoimmunità e delle patologie respiratorie. Durante le varie esperienze lavorative in ambito sia pubblico sia privato entra in contatto con realtà che fanno emergere la sua passione per la scienza e la diffusione delle conoscenze, mettendolo anche di fronte alla mancanza di comunicazione che genera problemi di organizzazione e di visione strategica. Questo tipo di trascorsi lo stimola a mettersi nuovamente in gioco sul piano professionale frequentando un master presso la Fondazione ISTUD. Persona energica e determinata, collabora in modo stabile con agenzie specializzate del settore del mondo della comunicazione e della consulenza medico-scientifica in ambito marketing, cercando di mantenere il suo modo di scrivere chiaro nella veicolazione dell'informazione, rispettoso delle fonti e attento al pubblico a cui è destinato ciò che comunica. Agli stessi principi cui si agguinge una caratterizzazione più sociale, si ispira il suo percorso di promozione ed applicazione della medicina narrativa ovvero dello scrivere inteso come strumento di salute, di cura e di valutazione quali-quantitativa dei servizi sanitari o percorsi assistenziali che il cittadino riceve.

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